Avete presente quando, al tavolo di un buon ristorante o mentre curiosate in un’enoteca e state chiedendo informazioni in merito ad un buon rosso, magari toscano o abruzzese e il sommelier, o chi per esso, di fronte a voi vi porge la bottiglia e inizia a descriverlo: “è un ottimo vino rosso, di colore rubino brillante, tendente al granata, i cui sentori ricordano frutti rossi maturi, ciliegia e prugna e terziari di tabacco e terra. Il gusto è asciutto, sapido e tanninico tendente, con il tempo, al morbido vellutato”?

Ecco, questo articolo nasce dalla mia personalissima sensazione che la comunicazione di un vino possa essere diversa, più originale e, perché no, migliore di così.

Sia chiaro che non sono un intenditore di vino, anche se con il vino e l’enoturismo ci lavoro quotidianamente grazie ai progetti Enonautilus e Nemo, ma in questo caso ritengo che il non essere un esperto sia di gran lunga meglio perché mi garantisce un punto di osservazione privilegia sul mondo della comunicazione legata al vino e, contemporaneamente, mi impedisce di incorrere in uno degli “inciampi” più insidiosi in cui esperti di ogni genere prima o poi… incespicano.

L’inciampo in questione ha il nome di “tecnicismo collaterale”

Per capirci: il professor Luca Serianni nel suo libro “Un treno di sintomi”, dedicato al linguaggio della medicina, definisce i tecnicismi collaterali come “una lingua speciale fatta anche di vocaboli caratteristici di un certo ambito settoriale, che però sono legati non a effettive necessità comunicative, bensì all’opportunità di adoperare un registro elevato, distinto dal linguaggio comune”. In questa tipologia di tecnicismi il discostarsi dal linguaggio comune è evidente: il paziente racconta “sente un forte dolore alla bocca dello stomaco”; il medico scrive “il paziente accusa (o lamenta, riferisce) un vivo dolore nella regione epigastrica”. Quindi un linguaggio che svolge una funzione autocelebrativa, ma che in realtà non serve a nulla.

Ebbene, l’utilizzo di tecnicismi collaterali da parte di sommelier, taluni vignaioli e, soprattutto, influencer del vino, ci ha convinto che il vino può essere descritto esclusivamente passando per la sua analisi organolettica, un sistema di aggettivi codificati che ne descrivono il profumo, il colore ed il gusto e questo ha portato ad un appiattimento generalizzato di come i vini vengono raccontati.

Ma c’è un modo diverso? Un vino può essere descritto come arrabbiato, cinico, romantico o divertente?

Alla ricerca di risposte alle mie domande che in qualche modo mi fornissero maggiore chiarezza sull’argomento ho iniziato a verificare come venissero raccontati altri prodotti, altre esperienze gustative allargando sempre più il raggio di ricerca fino a quando, quasi alla fine del mio viaggio, ho incontrato Antonio Paolucci e di fronte a me si è aperto un mondo nuovo. Navigando su YouTube mi sono infatti imbattuto in alcuni video in cui il professor Antonio Paolucci racconta la Pietà, il David ed altre opere di Michelangelo. Nei suoi lunghi monologhi è incredibile come questo storico dell’arte (tra l’altro ex ministro per i beni culturali e ambientali) si concentri sugli aspetti percettivi relativi all’opera senza mai parlare né di tecnica realizzativa, né di materiali o altro e quindi ho iniziato a chiedermi perché un vino dovesse essere descritto per come è fatto o come si presenta ed una superba opera d’arte raccontata per ciò che ci fa nascere dentro?

Il professor Paolucci racconta che Il Vasari, in visita a Roma, diede della Pietà del Michelangelo una descrizione assolutamente straordinaria “E’ un miracolo”. Il Vasari, pittore, architetto e anch’esso storico dell’arte, non si soffermò a precisare la provenienza del marmo o quale metodo di incisione venne utilizzata dal Maestro aretino così come non gettò via neppure un solo attimo specificando quale tipologia di strumenti vennero utilizzati per realizzare questo o quel particolare. “E’ un miracolo”, punto e basta.

Anche se ora temo di poter essere accusato di blasfemia e conseguentemente messo al rogo su una pira irrorata di un buon rosso (ovviamente i cui sentori ricordano frutti rossi maturi) mi sovviene che se un’opera d’arte può essere definita un miracolo, perché un vino no? Un vino, a mio avviso, può essere benissimo descritto per le sensazioni che fa nascere in noi tralasciando ogni aspetto tecnico. Non saranno termini universali, non saranno omologabili, ma trasmettono qualcosa che “sentori di frutti rossi maturi” non potrà mai fare: solleticare la fantasia di chi legge quel post o quella descrizione o recensione al fine di creare la voglia di degustare quel vino.

Faccio un esempio. Personalmente amo i vini morbidi e mal sopporto i vini astringenti; mi viene quindi normale associare il concetto di serenità e pace ai vini morbidi e di violenza e aggressività ai vini astringenti: sulla base di questo approccio posso descrivere un vino come violento? E perché il fatto che “violento” non sia un termine omologato dovrebbe essere un problema? Dove è scritto che definire violento il dipinto “Saturno che divora i suoi figli” di Francisco Goya va bene, ma definire violento un Sagrantino di Montefalco no? Per me è così e sono abbastanza convinto che sia così anche per tutte quelle persone che, di fronte ad un post che narra di un vino particolarmente “tanninico”, sono costrette a verificarne sul vocabolario il significato.

Raccontare una sensazione è un atto estremamente intimo ed anche questo va nella direzione opposta a quella iper-tecnicista percorsa da sommelier ed influencer del vino, ma è assolutamente rivoluzionaria: raccontare come un vino ricordi la propria madre per la sua dolcezza, il proprio padre per la severità o il primo bacio perché sembra rimanere in eterno sulle labbra è diverso, è accattivante e soprattutto è adatto a tutti.

Lo storytelling, quello vero, è sentimento, passione, emozione, ecc.; sostantivi (questi ultimi) perfetti, fra l’altro, per descrivere un vino. Ecco perché, in conclusione, ritengo sia necessario fare un passo indietro ed approcciare il racconto del vino in modo meno tecnico, più emozionale e vicino alla gente; in due parole maggiormente legato a ciò che quel vino ci fa provare e non a ciò che è oggettivamente.

Alla prossima